Altro che bene comune. Le grandi opere si fanno per il bene di pochi che approfittano dell’evento per arricchirsi sulle spalle degli altri

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Altro che bene comune. Le grandi opere si fanno per il bene di pochi che approfittano dell’evento per arricchirsi sulle spalle degli altri

Altro che bene comune. Le grandi opere si fanno per il bene di pochi che approfittano dell’evento per arricchirsi sulle spalle degli altri
Come mai lo Stato italiano ha deciso di realizzare il sistema MOSE, per la difesa di Venezia dalle acque alte, nonostante che i suoi costi di realizzazione, gestione e manutenzione sono molto più elevati rispetto a quelli di sistemi utilizzati in altre nazioni per affrontare problemi simili?
Guarda caso, dopo più di dieci anni dall’inizio dei lavori, si scopre che quest’opera costosissima, di dubbia utilità e di probabile pericolosità sull’equilibrio del delicato ecosistema lagunare, ha vinto tutte le resistenze grazie alla corruzione di chi avrebbe dovuto controllare.
Come mai l’Expo 2015 è oggetto d’indagine della magistratura per una presunta cupola degli appalti? E come mai il direttore della pianificazione acquisti di Expo Angelo Paris, l’ex-senatore di Forza Italia Luigi Grillo, l’ex-segretario della DC milanese Gianstefano Frigerio e l’ex-funzionario del PCI-PDS Primo Greganti sono stati arrestati?
Guarda caso, dopo più di venti anni da mani pulite, si scopre che personaggi come Primo Greganti e Gianstefano Frigerio stanno ancora facendo le cose che facevano allora, nonostante che entrambi furono arrestati e condannati per tangentopoli.
Dopo la nuova scoperta dell’acqua calda, cioè che imprenditori disonesti sborsano mazzette in cambio di appalti, i politici stanno nuovamente in gara nel proporre i migliori rimedi contro la piaga della corruzione. Eppure basterebbe poco, un divieto di partecipare agli appalti a chi ha commesso reati contro la Pubblica Amministrazione. Questo semplice provvedimento allontanerebbe definitivamente la corruzione e invece la lotta dei politici è fatta solo di parole. Altrimenti non si spiega come sia possibile che in un lato del parlamento abbiamo gli insabbiatori di mani pulite e i depenalizzatori del falso in bilancio che hanno appunto favorito la corruzione e l’evasione fiscale, mentre dall’altro lato abbiamo i tartassatori che, anziché ridurre la spesa, combattendo corruzioni, sprechi, evasione e privilegi, sono solo capaci a innalzare le tasse rendendo difficile la vita degli italiani onesti che le pagano tutte e che a fatica tirano avanti dignitosamente.
Anche se le due parti si contrappongono, sono accomunate dall’essere entrate in politica con lo stesso interesse e, alla faccia della crisi, non si fanno mancare nulla: lauti stipendi, indennità, benefici, privilegi da casta e spese pazze da fare con i soldi pubblici. Impongono sacrifici ma non per loro e così, mentre gli altri devono tirare la cinghia, fare rinunce su rinunce e morire lavorando fino alla fine o aspettare i settanta anni per avere una pensione da fame, loro dopo pochi anni già ottengono vitalizi e pensioni da record, spropositate rispetto ai contributi versati. come conferma lo scandaloso e ignobile vitalizio d’oro acquisito da una consigliera regionale sarda che, dopo appena cinque anni di servizio, a soli quarantuno anni, percepisce una pensione netta di 5.100 euro.
Per evitare queste ingiustizie basterebbe una legge che imponga regole uguali per tutti, politici e cittadini, cosicché il Parlamento non potrà emanare alcuna regola che si applichi ai cittadini italiani che non sia valida anche per loro e viceversa alcuna regola che si applichi ai politici e cariche dello Stato che non si applichi anche ai cittadini italiani. Ci vorrebbe poco, eppure anche questo non si farà mai, poiché non conviene a coloro che decidono. Faranno in modo che tutto e per sempre resti così com’è ora. Non rinunceranno mai ai loro privilegi.
Ma perché delle persone che hanno responsabilità si lasciano corrompere? Non guadagnano già abbastanza per vivere dignitosamente?
Ci pensano che nell’aldilà non si potranno portare né soldi e né potere e dovranno rendere conto a Dio?
Non hanno capito la lezione del grande Totò?
Indipendentemente se nella vita abbiamo goduto di onori e privilegi oppure di stenti e difficoltà, dopo la morte ci spetta il medesimo spazio nel medesimo luogo. La morte crea uguaglianza, agisce come una livella come si deduce dal colloquio fra il Marchese e lo Spazzino seppelliti l’uno affianco all’altro:

«Giovanotto! Da Voi vorrei saper, vile carogna, con quale ardire e come avete osato di farvi seppellir, per mia vergogna, accanto a me che sono blasonato! La casta è casta e va, sì, rispettata, ma Voi perdeste il senso e la misura; la Vostra salma andava, sì, inumata; ma seppellita nella spazzatura! Ancora oltre sopportar non posso la vostra vicinanza puzzolente, fa d’uopo, quindi, che cerchiate un fosso tra i vostri pari, tra la vostra gente.»
«Signor Marchese, non è colpa mia, io non vi avrei fatto questo torto; mia moglie ha fatto questa sciocchezza, e cosa potevo fare io se ero morto? Se fossi ancora vivo vi farei contento, prendere una modesta bara con queste quattro ossa mie da morto e proprio ora, lo vedete? In questo momento mi collocherei dentro quest’altra fossa.»
«E cosa aspetti, oh turpe malcreato, che l’ira mia raggiunga l’eccedenza? Se io non fossi stato un titolato avrei già dato piglio alla violenza!»
«Fammi vedere. La verità, Marchese, mi sono scocciato di sentirti; e se perdo la pazienza, mi scordo che sono morto e sono botte! Ma chi ti credi di essere un Dio? Qua dentro lo vuoi capire che siamo uguali? Morto sei tu e morto lo sono anche io; ognuno che è morto e sepolto qui dentro è tale e quale a un altro morto.»
«Lurido porco! Come ti permetti paragonarti a me ch’ebbi natali illustri, nobilissimi e perfetti, da fare invidia a Principi Reali?»
«Ma quale Natale Pasqua ed Epifania! Te lo vuoi mettere in testa che dopo la morte siamo tutti uguali? La morte lo sai che cos’è? È una livella. Un re, un magistrato, un grande uomo, varcando la soglia del cimitero perde tutto, la vita, la nobiltà e le ricchezze. Perciò, stammi a sentire, non essere insofferente, sopportami vicino che t’importa? Queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri... apparteniamo alla morte!»

Ma questa lezione difficilmente potrà essere capita. Non può essere capita perché, nella nostra società, nessuno parla della morte. È un tema proibito.
Il nostro sistema economico, basato sulla crescita, deve spingere la gente a consumare, sempre di più, e quindi esalta il mito del possesso e dell’apparenza.
La morte invece fa meditare sulla precarietà delle cose umane, sull’inutilità dell’accumulare, sull’illusione del possesso. E questo non va bene per il consumismo. Non lo si può assolutamente permettere, anzi, al contrario, bisogna convincere la gente a comprare non tanto per necessità o per utilità ma per apparire, per mostrare il benessere raggiunto in modo che non ci sia limite al consumo e alla ricerca della ricchezza.
Purtroppo questi stimoli portano all’egoismo, alla ricerca del profitto a ogni costo, anche a scapito della morale e tendono a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi.
Pochi sono talmente ricchi da possedere una quantità così esagerata di denaro da non sapere più come spenderlo e spesso capita di leggere sui giornali notizie di aste dove si acquistano, per milioni e milioni di euro, una dentiera o una mutanda sporca di una celebrità. Tanti sono talmente poveri che non hanno da mangiare. Eppure i ricchi, insaziabili, diventano sempre più ricchi alle spalle dei poveri, con ogni mezzo, dalla corruzione all’evasione fiscale.
E allora che fare?
Poiché la morte non è un buon deterrente, allora occorre utilizzare qualcosa che nelle nostre coscienze è ritenuto più importante. Ben più efficace sarebbe la confisca totale e immediata di tutti i beni dei corrotti. Una specie di legge del contrappasso. Voi a scapito dell’onestà e dell’interesse pubblico avete rubato allo Stato, allora lo Stato ruba a voi, ma nella sua magnanimità vi concede comunque un salario minimo.
L’idea di dover vivere per il resto dei loro anni come la maggioranza degli italiani servirà sicuramente da valida minaccia. Altro che timore di Dio e della morte.

G. D’Angelo


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